Pensieri e Istantanee di Francesco Mancini

... dove un sogno è ancora libero

Domenica, 17 Marzo 2002 00:00

Scrima Cavallo

  • Partenza: Rifugio Pomilio
  • Arrivo: Tavola dei briganti
  • Tempo di percorrenza: 1 ore 30 minuti
  • Difficoltà: Media
  • Lunghezza: 5,500 km
  • Dislivello: in salita 260 m - in discesa 260 m
  • Periodo consigliato: da giugno a settembre

Dal Rifugio Bruno Pomilio, a 1890 metri di quota, ha inizio uno dei più frequentati sentieri della Majella. Si tratta di un tracciato facile e molto accessibile, che nella sua prima parte è su fondo asfaltato, adatto dunque anche alle persone diversamente abili. Raggiunta la fine del tratto asfaltato, si prende il sentiero che aggira l'evidente sommità del Block Haus. Il sentiero attraversa pascoli e cespugli di pino mugo, che forma intricatissime boscaglie. Il sentiero procede sull'evidente crinale di Scrima Cavallo, che offre spettacolari vedute.

Il Parco Nazionale della Majella istituito nel 1991, ha un’estensione di 74.095 ettari, conta 39 comuni e comprende 4 grandi individualità orografiche: il massiccio della Majella, il Morrone, il Porrara ed i Monti Pizzi. Con la seconda vetta più alta dell’Appennino (Monte Amaro 2793 m), ed il 55% del suo territorio a quote superiori ai 2000 m, costituisce il secondo massiccio montuoso più elevato degli Appennini.

A vederla da lontano la Majella appare massiccia e compatta, ma ad osservarla da vicino essa scopre crepe profonde che nascondono un mondo inaspettato e sorprendente: un reticolo di lunghissimi fossi, a volte profondi, aridi e scavati nella roccia come canyon, altri più aperti e lussureggianti con torrenti sul fondo, come valli alpine. Mentre chi cammina in alto, sopra i 2400 m, scopre un incredibile mondo fatto di aride e ondulate pietraie, un ambiente particolare, quasi lunare, unico nell’Appennino.


Montagna madre per gli abruzzesi, sembra che il suo nome sia legato al culto della dea Maja, considerata la grande madre, simbolo della terra feconda. E nelle sue forme sinuose in molti nel corso dei secoli hanno visto forme femminili, materne e seducenti al tempo stesso.

Per le sue caratteristiche uniche su questo massiccio è stato isitituito il Parco Nazionale della Majella, che da un punto di vista naturalistico è straordinariamente ricco di fauna e di flora (con 1800 specie vegetali censite, circa un terzo dell’intera flora italiana) e presenta ben 140 entità vegetali endemiche, evidenziate dall’epiteto “magellensis”.

Il simbolo del Parco è il lupo appenninico, salvato miracolosamente dall’estinzione e che qui ha trovato ambiente ideale.

Oltre all’aspetto naturalistico il Parco Nazionale della Majella ha il compito di tutelare anche le numerose testimonianze archeologiche, storiche e artistiche che emergono tra le sue valli, abitate dall’uomo sin dagli albori.

Le testimonianze archeologiche raccontano della frequentazione umana su questa montagna fin da 700.000 anni fa, quando i cacciatori nomadi preistorici si spingevano anche sulle cime più alte per inseguire i grandi mammiferi. Quando l’uomo si è trasformato in allevatore-coltivatore sedentario ha cominciato a costruire capanne e villaggi e ad utilizzare le numerose grotte esistenti come ripari e luoghi di sepoltura e di culto.

Questa profonda sacralità ne ha fatto nel medioevo una meta ideale di monaci ed eremiti al punto da renderla la zona a più alta densità di eremi in Europa. Luoghi di grande suggestione sono gli Eremi Celestiniani, incastonati come gemme nelle pareti rocciose, espressione di un perfetto connubio di arte, spiritualità e natura.

A questi esempi di architettura spirituale povera si accostano grandi abbazie e monasteri che per tutto il medioevo hanno custodito il sapere, hanno prodotto grandi opere d’arte ed hanno amministrato un territorio facile preda delle diverse dominazioni succedutesi.

Altra testimonianza del profondo legame tra la cosiddetta Montagna Madre e i loro abitanti sono le capanne pastorali in pietra a secco disseminate su tutta la Majella, veri e propri complessi abitativi e lavorativi dove è possibile immaginare la dura vita dei pastori che così profondamente hanno caratterizzato la vita socio-economica di tutto l’Abruzzo, tanto da identificarla come “terra di pastori”.

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